svizzera orologhome Da Ginevra a Basilea, percorrendo l’arco montano del Giura, un itinerario di oltre 200 chilometri nel tempo. Alla scoperta della Watch Valley, la valle degli orologi dove si trovano oltre 28 musei e 173 aziende di antica tradizione, fra vallate e piccoli borghi che ruotano intorno a questo oggetto. L’alta orologeria è parte integrante del patrimonio culturale svizzero. Quest’arte costituisce un retaggio secolare, la cui storia è interamente legata al particolare destino di città e regioni interamente dedicate alla scienza del tempo. Da oltre quattrocento anni, in Svizzera, artigiani altamente qualificati si trasmettono di generazione in generazione, un know-how unico che riproduce, grazie ad un rituale immutabile, i gesti indispensabili alla creazione di capolavori di pazienza e minuzia.

Lo stereotipo della Svizzera, si sa, è legato alle montagne, le mucche, i soldi, le banche, la cioccolata e, ovviamente, gli orologi che richiamano all’identità elvetica in tutto il mondo. Se dal XV secolo Ginevra fu il centro dell’orologeria nel Paese, oggi la maggior parte delle imprese si sono spostate lungo i 200 chilometri che coprono l’arco del Giura, da Ginevra verso Basilea dove ancora oggi oltre il 50% della produzione mondiale, almeno di alcuni componenti, avviene qui.

 

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Neuchatel, Giura, Giura Bernese e Vodese e Bienne Seeland sono le regioni che si presentano come una sola identità, con un patrimonio culturale e architettonico di rilievo e una natura intatta, legate dal fil rouge del tic tac degli orologi lungo 38 tappe. A pendolo, da taschino, da polso o da tavolo, semplici o lavorati, automatici ma non a cucù perché in realtà quasto tipo di orologio è tedesco, e non svizzero! Comunque ce ne è per tutti i gusti nell’unico museo internazionale dell’orologeria di La Chaux de Fonds, una cittadina ricostruita dopo un incendio devastante, nell’800, e che sembra forgiata dall’industria orologeria.

Un grande carillon perfettamente funzionante e che è una vera e propria opera d’arte, scandisce i quarti di ora con l’utilizzo di colore, luci e suoni e accoglie i visitatori all’esterno del Museo. L’interno, attraverso i tremila oggetti esposti, ripercorre la storia degli orologi dalla scoperta della molla nel XV secolo all’applicazione del pendolo per regolare il tempo fino all’avvento del quarzo e dell’orologio atomico nel corso del XX secolo.

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Gli atelier dei grandi nomi non mancano, da Patek Philippe (che ha anche un museo con sede a Ginevra) a Zenith, da Omega a Tissot e Longines, così come i musei. Ce ne sono 28 nella Valle degli orologi mentre 173 (su un totale nel Paese di 214) sono le industrie orologiaie nell’area. Fra i più originali quello di Baud a L’Auberson, con oltre 60 pezzi costruiti a mano fra il 1750 e il 1940,  una esposizione di automi, grammofoni e casse di risonanza per la musica.

Da segnalare anche il museo dedicato alle curiosità a Puidoux, fondato da un appassionato di orologi, Roger Donzè  e che con i suoi oltre tremila pezzi è uno dei più grandi musei privati del genere nel mondo. Fra gli oggetti più particolari un pendolo con  un sistema di funzionamento della macchina del caffè o quello astronomico trovato nel mercato delle pulci di Ginevra e poi pezzi di grandi dimensioni o molto piccoli, come la miniatura del XVII secolo della cappella della cattedrale di Monaco, le ore suonano grazie a una biglia che avvia il carillon e risale poi con una sorta di cremagliera. Geniale!

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ll “cuore” del tempo e dell’arte è concentrato all’interno del Museo internazionale di Orologeria a Chaux-de-Fonds, dove sono conservati elementi unici della manifattura orologiera, considerati vere e proprie opere d’arte.

All’interno delle sale, oltre 4500  pezzi capolavoro, molti ancora funzionanti: a pendolo, da tavolo, automatici, decorati. Il viaggio nella Valle degli Orologi in Svizzera può iniziare da questo caratteristico museo, costruito nel 1902 per volere della scuola d’orologeria che riunì una collezione di modelli antichi in un vecchio stabile, per poi ingrandirsi nel 1974. Tante le curiosità. Dal primo orologio per le donne con il cinturino del XIX secolo, perché all’inizio questi segnatempo erano solo per uomini e solo con la cipolla nel taschino, ad un orologio a forma di voliera con organetto a sette melodie. Spicca anche la ricostruzione dell’Astrario, realizzato da Giovanni Dondi (1365-1380), con l’indicazione dei pianeti, e un pendolo misterioso del 1870.

Il mistero sta nel fatto che il pendolo tenuto nelle mani di una donna sembra oscillare senza un intervento esterno. Sono esposti anche banchi da lavoro dell’orologiaio, dell’incisore, dello smaltatore e di diversi utensili e si può sbirciare anche in un laboratorio dove gli esperti a capo chino e una pazienza infinita, con un’apposita lente di ingrandimento, sistemano i vari ingranaggi e i meccanismi in miniatura. Fuori dal museo, nel parco, si trova un Carillon, una scultura monumentale animata e musicale che, con l’utilizzo di colore e luce, scandisce i quarti d’ora attraverso martelletti che colpiscono 12 campanelle. La melodia varia ad ogni stagione. L’orologio madre, nascosto all’interno della cassa d’acciaio, consente la precisione dell’orologio visibile con una accuratezza di un centesimo di secondo. Ed i numeri sono così luminosi che si possono leggere anche ad una distanza di 150 metri.

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Da qui si va alla scoperta di questa città-fabbrica che racchiude l’eccellenza della perizia orologeria a livelli di ricerca e tecnologia avanzati e che dal XX secolo esporta i suoi manufatti in tutto il mondo. La meccanica di precisione ha influenzato i paesaggi cittadini di Chaux-de-Fonds, immersa nel verde e a 1000 metri d’altezza, e della vicina Le Locle (entrambe inserite nel 2009 nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, proprio per l’urbanismo orologiero). Vi è un miscuglio urbano e sociale tra le case degli operai e le abitazioni dei padroni, su strade che riproducono una scacchiera.

I laboratori di orologeria sono accanto agli alloggi dei lavoratori. Le stesse fabbriche sembrano abitazioni. La città si è sviluppata adattandosi ai bisogni della produzione: le costruzioni sono orientate verso il sole e sufficientemente a distanza l’una dall’altra; le facciate hanno larghe vetrate concentrate soprattutto in alto, dove entra più luce. I tavoli da lavoro sono piazzati vicino alle finestre. Qui è nato anche l’architetto Le Corbusier, pseudonimo di Charles Edouard Jeanneret-Gris, e qui si trova anche la sua prima casa progettata, la “Villa Blanche”, costruita per i suoi genitori, nel 1912.

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Il tempo è prezioso ovunque. Le vetrine mettono in bella mostra modelli vintage (come da Juval Horlogerie, proprio accanto al museo di orologeria), ingranaggi, piccoli oggetti “dai battiti regolari”. Girando per le strade, si scoprono vecchie insegne delle fabbriche sulle facciate degli edifici, si sbircia negli androni dei palazzi arricchiti da sontuose scalinate, si nota come non ci siano citofoni alle entrate delle case e che nonostante ci siano 30 mila abitanti, tutti hanno l’abitudine di salutarsi, come se fosse un grande villaggio.

E un mondo affascinante di inventori, artisti e pensatori, rimarcato dal “tic tac” che segna lo scorrere dei momenti. Stessa atmosfera anche nella vicina Le Locle, con un altro museo degli orologi, situato in un castello del 1790. Si può fare un tuffo nel passato con le sale arredate con i mobili d’epoca, ma anche attraverso calendari, clessidre e meridiane di misura. Anche da queste parti ci sono diverse aziende, tra i più grandi marchi internazionali: da Tissot a Zénith, mentre nella nella più antica casa di orologeria (1785) è stata ricavata una struttura ricettiva: Maison DuBois.

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In questa valle degli orologi, c’è anche Neuchâtel, un grazioso paese medievale (a circa 20 chilometri dal confine francese, tra Basilea, Berna e Ginevra), magico nel suo riflettersi sul lago navigabile. Lo stemma sulle targhe ricorda la bandiera italiana, e in molti sono tratti in inganno, ma in realtà è il simbolo del cantone a rievocare il verde dei boschi, il bianco legato all’agricoltura e il rosso del vino.

Una tappa da non perdere è il museo d’Arte e Storia, con più di venti sale per mostre permanenti e temporanee. La curiosità? Ospita i celebri automi di Pierre e Henri-Louis Jacquet-Droz, del 1774, che rappresentano uno scrivano, un pittore e un’organista, e dopo tanti anni sono perfettamente ancora funzionanti. Un meccanismo che lascia incantati. Lo scrivano, costruito nel 1768, riproduce fino a 26 lettere in maiuscolo su un foglio che poi si può sfilare e sostituire, mentre l’elegante donna musicista sa suonare ben cinque melodie e termina ogni sua esibizione con un inchino. Una volta fuori, una passeggiata porta al centro del paese, con il castello e il camminamento di ronda. È la parte più antica con la piazzetta panoramica: c’è ancora la panchina dove si sedeva Balzac a meditare e, nelle giornate limpide, si intravede la catena delle Alpi. Di fronte la Collegiata, una chiesa medievale gotica, con la pietra calcarea giallo ocra.

Ovunque, aleggia il silenzio, interrotto qua e là dal rumore dell’acqua delle oltre 100 fontanelle pubbliche, e quell’affascinante e leggera calma che spinge a godere semplicemente dell’attimo. Inesorabili passano le ore, i minuti, i secondi, e ovunque c’è un misuratore a ricordarlo. Eppure si avverte la sensazione curiosa di sentirsi fuori dal tempo.